LA NAZIONALE PARALIMPICA DI JUDO FA TAPPA A POTENZA

La strada che porta ai Campionati del Mondo di Tbilisi fa tappa nel cuore della Basilicata. Fino a giovedì 10 settembre, infatti, Potenza ospita il ritiro collegiale della Nazionale Italiana di Judo Paralimpico FISPIC. Quattro giorni di lavoro intenso sul tatami che relegano la preziosa occasione di  ascoltare la voce di chi questo sport lo vive ogni giorno, lontano dagli stereotipi.

L'iniziativa nasce dalla sinergia tra l'ASD Judo Club Potenza e l'ASD CUS Basilicata, in collaborazione con la FISPIC e il Comitato Italiano Paralimpico Basilicata, nell'ambito del progetto MUR Moebius.

A tracciare la rotta culturale e sportiva del gruppo è il judoka Dongdong Camanni: “L'obiettivo è scardinare i due approcci che più frequentemente si vedono a livello mediatico: il fenomeno del "supereroismo", come lo chiamo io, o quello del pietismo. Vogliamo abbattere questa visione e parlare di persone, con i propri limiti, fallimenti e successi, esattamente come chiunque altro.” Per Camanni il judo è prima di tutto crescita umana e consapevolezza corporea: “Mi ha permesso di conoscere persone che oggi considero parte della mia famiglia e che mi aiutano a capire se la strada è quella giusta. Inoltre, per chi non vede, questo sport ha un'importanza enorme a livello di propriocezione: ti porta a fare movimenti in cui sarebbe facile perdere l'orientamento, come rotazioni o capriole, sviluppando una percezione del corpo nello spazio che solo il judo sa dare.”

Un percorso di autonomia confermato anche dalle parole di Eugenia Cespuglio, arrivata in azzurro dopo anni di passione coltivata sul campo: “La passione per questo sport è esplosa quando sono entrata in Nazionale. La preparazione fisica mi ha dato fiducia, ma è stata soprattutto l'integrazione nel gruppo a motivarmi. Mi ha dato la voglia di viaggiare, di conoscere cose nuove e di crescere sia come atleta che come persona, guadagnando un'autonomia fondamentale.”

Sulla parità tecnica ed emotiva sul tatami si sofferma Pietro Antonini, entrato nel circuito paralimpico da due anni dopo essere stato ispirato dai risultati di un compagno di squadra: “Tra vedenti e non vedenti non cambia molto, il discorso delle prese è quasi una formalità. Riusciamo ad esprimere la stessa forza e abilità; anzi, spesso chi non vede sviluppa una percezione persino superiore perché supplisce alla mancanza della vista. Non si tratta di sentirsi "normali" o di fare del moralismo sulla diversità, ma questo ambiente ci dà la possibilità di sentirci giusti, con la capacità di combattere ad armi pari con chiunque.”

Infine c'è l'esperienza del veterano Simone Cannizzaro, punto di riferimento per i compagni più giovani ma con la fame di chi non vuole smettere di sognare: “Mi definisco il "vecchietto" della squadra perché sono qui da più tempo. Cerco di essere un esempio per i ragazzi più giovani come Eugenia e Pietro, ma nella mia vita non mi sento ancora arrivato. Il mio grande sogno e l'obiettivo per cui continuo a lavorare resta vincere la medaglia olimpica.”


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