LA PARROCCHIA DELLA SPERANZA E DELLA RINASCITA GRAZIE A DON LUIGI E DON SALVATORE

C’è un momento preciso in cui capisci che la dignità non ha bisogno di architetture monumentali, ma di persone forti e occhi che sanno guardare in alto. Questo momento arriva quando ritorni a Bucaletto.

Per quarantacinque anni questo rione è stato sinonimo di periferia, di abbandono, una ferita aperta sulla pelle di Potenza, un promemoria di promesse mancate nato dal terremoto. Quarantacinque anni. Una vita intera per un uomo, un’eternità per un quartiere che sembrava condannato a essere la "ruota di scorta" di qualcuno, dove la mancanza di responsabilità ha rischiato di anestetizzare le anime. Sentirsi dimenticati dal mondo non aiuta nessuno; ti scava dentro una rabbia sorda che diventa rassegnazione.

Poi si realizza la chiesa, quella di Santa Maria della Speranza. Che in questo rione ne serviva proprio tanta di speranza. E quel luogo diventa non solo uno spazio fisico, ma un posto dove ritrovare la comunità. I due parroci, don Luigi Sarli e don Salvatore Sabia, scelgono di entrare in quel posto mettendoci tutto l'impegno che serve per restituire speranza e dignità a chi vive lì.

E si passa così, giorno dopo giorno, dalla rassegnazione del vinto all'orgoglio del riscatto. "Il rione può cambiare e deve cambiare - dice don Luigi - sentirsi abbandonati non aiuta nessuno". E così giorno dopo giorno, i due parroci si prendono cura di quel quartiere: accolgono, creano, si mettono anche in cucina per rendere quel luogo la casa dei ragazzi di quel rione. 

La speranza, qui, non è un concetto astratto. Qui anche la festa del quartiere è qualcosa di rivoluzionario. Perché questa non è solo una festa, è solo la punta dell'iceberg. Sotto, nel profondo, c’è un lavoro invisibile e titanico dove una comunità si crea da zero, impara a stringersi, a essere solidale. A camminare con le proprie gambe.

Oggi Bucaletto ha una nuova chiesa, consacrata in un giorno di primavera di quattro anni fa, il 25 marzo 2022. Quell'edificio è ora "al centro del villaggio" - come dice don Salvatore - come nei vecchi paesi di una volta, è diventato il baricentro di una rinascita. Una parola magnifica, rinascita, che qui suona ancora più bella.

Tra i ragazzi del centro estivo – ottanta iscritti quest'anno, un record – con don Luigi che si è messo il grembiule da cuoco per cucinare per tutti nella mensa. Non è solo liturgia è vita che pulsa. È la Chiesa che torna alle sue radici più autentiche, quelle dei secoli passati, quando non si limitava a dire messe ma si faceva carico del doposcuola, dell'inclusione, dell'educazione, di togliere i figli dalla strada.

Attiri i piccoli e arrivano i genitori, dice don Salvatore. E stando insieme, si impara di nuovo la fiducia. Tutto passa, passano le cose cattive, passano gli anni dell'abbandono. Quello che resta è la comunità. Non come un punto d'arrivo per compiacersi, ma come la linea di partenza per una corsa nuova.

 

 

 



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