Da Paolo Patrone, imprenditore già sindaco di Pignola, riceviamo e pubblichiamo il contributo che segue sulla storia del Lago Pantano di Pignola.
Ci sono luoghi che gli uomini distruggono per avidità. Altri per ignoranza. Il Lago di Pignola ha avuto un destino più raffinato: per cinquant’anni abbiamo provato a salvarlo. E ci siamo quasi riusciti.
A ucciderlo.
Nel 1703 Giovan Battista Pacichelli disegnò Pignola, che nella sua tavola chiamò Pignola seu Vignola. Sotto il paese tracciò uno specchio d’acqua. Non gli servì spiegare molto. Scrisse una sola parola: Lago. Centotrentasette anni dopo, nel 1840, il notaio Domenico Coiro fu più generoso di parole e, in un altro capitolo, gli diede un nome che oggi abbiamo quasi dimenticato: Peschiera. Raccontò di centoventi moggia coperte d’acqua, di capitoni del peso di due rotoli, di buone tinche, sardelle bianche, del trunco, che si premurò di definire «pesce delicato», di rane e mignatte. E scrisse che il Lago era coperto di molti uccelli acquatici.
Insomma, quasi due secoli fa il Lago di Pignola non era un progetto. Era una risorsa. Produceva, nutriva, viveva. Non aveva un Dipartimento regionale, un’Autorità di Audit, un Consorzio, una cabina di regia e neppure un tavolo interistituzionale. Eppure, per qualche inspiegabile miracolo della natura, c’erano i capitoni. Il Lago valeva. Valeva tanto che per possederlo si combatteva. Non è un’iperbole da social. Lo scrive Coiro.
I Titesi pretendevano «il lago detto Peschiera» e volevano pescarvi. Tra Vignolesi e Titesi, racconta il notaio, «accadevano spesso dei fatti d’arme» che cagionavano «grandi omicidi». E nella memoria delle antiche contese per quelle acque entra anche Potenza. Il racconto si fa oscuro, quasi biblico: uomini scesi per disputarsi il Lago riprendevano la via del ritorno e i carri risalivano verso la città portando anche quelli che a casa non sarebbero tornati sulle proprie gambe. Ci fu un tempo in cui per il Lago di Pignola si moriva. Si combatteva per pescarvi. Per possederlo. Perché quell’acqua aveva un valore.
Oggi, quasi tre secoli dopo, amministrazioni, enti e uffici sembrano talvolta combattersi per stabilire a chi tocchi occuparsene. È il progresso, immagino.
Nel frattempo, siamo riusciti perfino a cambiargli nome. Pacichelli scrisse Lago. Coiro lo chiamava Peschiera. Per generazioni, per noi, fu semplicemente il Lago di Pignola. Poi qualcuno, probabilmente seduto in una stanza con molte carte e poca memoria, decise che dovesse diventare Lago Pantano di Pignola. Il Pantano, sia chiaro, è una splendida e ridente frazione del Comune di Pignola. Ha però un piccolo difetto: con il Lago non c’entra nulla.
Non geograficamente. E neppure nella storia di quei confini che, come abbiamo visto, furono difesi con meno garbo di un ricorso al TAR. Ma il nome partì. E quando una parola entra in un atto pubblico, in Basilicata può sopravvivere molto più a lungo di un’opera finanziata. Poi arrivarono gli anni Settanta. E con gli anni Settanta arrivò il progresso.
La Cassa per il Mezzogiorno portò nella piana di Tito una di quelle grandi promesse industriali con cui allora pensavamo di riscattare il Sud dal peccato originale di essere Sud. Doveva nascere industria. Doveva nascere occupazione. Doveva nascere futuro.
Nacque la Liquichimica.
Una storia industriale che meriterebbe un romanzo tutto suo: denaro pubblico, una vita produttiva durata pochi mesi, lavoratori accompagnati per decenni nel lunghissimo purgatorio degli ammortizzatori sociali e, ancora oggi, altro denaro impegnato per bonificare ciò che resta di quel sogno. Il miracolo industriale durò mesi. Il conto, invece, dimostrò una salute di ferro. Ma anche un’industria che vive pochi mesi può lasciare progetti con una sete secolare. Serviva acqua. E l’acqua era lì. Cominciò così la grande stagione degli interventi sul Lago di Pignola. Impianti di sollevamento per portare l’acqua verso la zona industriale e la Liquichimica. Cemento. Sbarramenti. Chilometri di canali di scolo. Si lavorò molto. È sui risultati che, cinquant’anni dopo, resta qualche dubbio. Il Lago rimase dentro il suo antico perimetro. Ma qualcosa di invisibile era stato spezzato.
Le anguille e i capitoni, quelli che Coiro raccontava quasi con l’orgoglio di un pescatore, cominciarono a sparire. Non avevano letto i progetti esecutivi. Ignoravano le ragioni superiori dello sviluppo industriale. Avevano soltanto una vecchia, ostinata abitudine: per riprodursi dovevano migrare. I chilometri di canali di cemento decisero diversamente.
E vinse il cemento.
Io ricordo ancora un Lago pescoso. Ricordo le rane. Ricordo il rumore improvviso degli uccelli acquatici quando si alzavano dall’acqua tutti insieme. E ricordo Vincenzo e Franchino, due miei amici adolescenti, che in quelle acque persero la vita. Per molto tempo, quando pensavo al Lago, pensavo anche a loro. Il Lago sapeva essere generoso e crudele, come tutte le cose della natura prima che l’uomo decida di migliorarle. Dopo quelle morti arrivò un’altra grande idea.
Recintare il Lago.
Esistono, certo, specchi d’acqua chiusi dietro reti. Di solito sono bacini tecnici, vasche industriali o acque reflue contaminate in attesa di trattamento. Noi recintammo un lago naturale. **Forse fummo i primi. Di certo, tra i pochi. E probabilmente gli unici a esserne così orgogliosi.** Naturalmente si pensò anche alla fauna. I filosofi della scienza lasciarono, ogni tanto, varchi di una ventina di centimetri. Gli animali selvatici, evidentemente non consultati in conferenza di servizi, mostrarono scarso entusiasmo. I cani randagi, invece, compresero immediatamente l’opportunità. Ne passarono a decine. Poi arrivarono altri filosofi. Questa volta dell’ittica. Qualcuno decise che nel Lago mancavano i lucci.
E i lucci arrivarono.
Non avevano partecipato ai convegni sulla biodiversità e ignoravano lo sviluppo sostenibile. Fecero semplicemente ciò che i lucci fanno da qualche milione di anni. Mangiarono. Pesci piccoli. Rane. E tutto ciò che riuscivano a predare. La biodiversità, che allora non aveva ancora un ufficio stampa, ne uscì piuttosto malconcia. Così, dagli anni Settanta in poi, finanziamento dopo finanziamento, intervento dopo intervento, siamo riusciti in un’impresa che meriterebbe un corso universitario dedicato: spendere montagne di denaro per impoverire ciò che la natura ci aveva consegnato gratuitamente.
Intanto aumentavano i padroni del Lago.
Il Consorzio industriale. La Provincia. La Regione. Gli enti. Gli uffici. Le autorità. Le competenze. Tutti possedevano qualcosa. Una carta. Una particella. Un parere. Un vincolo. Una firma. Il Lago, nel frattempo, non possedeva più nemmeno sé stesso. Poi arrivò il WWF. L’idea era buona. Anzi, ottima. Ma anche le idee migliori, quando arrivano in Basilicata, devono superare una prova di resistenza che raramente è prevista nei manuali di scienze naturali. Per qualche tempo qualcosa funzionò. Ci fu perfino un pronto intervento per gli animali selvatici. Durò, se la memoria non mi tradisce, lo spazio di due primavere.
Poi cominciò la nostra vera specialità: parlare del futuro del Lago. Negli anni Novanta si organizzavano convegni. Tanti. Almeno un paio all’anno. Il Lago aveva potenzialità straordinarie. Turismo. Sport. Ambiente. Ricerca. Educazione naturalistica. Occupazione. Sviluppo sostenibile. Ogni convegno scopriva una nuova potenzialità. Poi si spegnevano i microfoni, si raccoglievano le cartelline e il Lago tornava tranquillamente a essere quello del giorno prima.
Una sera un assessore provinciale, con l’aria grave di chi stava per comunicare la scoperta di una nuova galassia, confidò a un sindaco che nell’area del Lago erano state censite più di 240 specie di insetti. Duecentoquaranta. Una notizia straordinaria. A quel punto restava soltanto da stabilire quante di quelle specie avessero competenza amministrativa sul Lago. Probabilmente nessuna. Ed era già un vantaggio. In quegli anni un’amministrazione comunale provò almeno a fare qualcosa di meno entomologico. Con il piano regolatore ridusse l’antropizzazione possibile su una delle sponde. Sull’altra, purtroppo, l’uomo aveva già espresso abbondantemente il proprio talento. Fu realizzata una rete fognaria lungo quasi tutto il perimetro, perché senza quella oggi, più che di biodiversità, probabilmente discuteremmo della composizione chimica di una cloaca. Con la Comunità Montana furono acquistati terreni nella parte meno antropizzata. Pagati bene. Anzi, benissimo. No. Più che benissimo.
Dovevano diventare aree picnic e spazi per i bambini.
Per qualche anno lo furono. Poi scomparvero la manutenzione e l’attenzione. A un certo punto si rubarono perfino le traverse del recinto. Non ho mai capito se fosse bisogno di legna o una forma particolarmente radicale di critica all’arredo pubblico. Quello stesso sindaco e quella stessa amministrazione comunale chiusero al traffico una parte della strada circumlacuale. E progettarono una pista ciclabile vera: utilizzare il tracciato della vecchia ferrovia e poi entrare nell’area del Lago. Per unire i due percorsi serviva un piccolo ponte in legno sopra la strada. Apriti cielo. Quel ponticello, ci spiegarono, avrebbe avuto un grande impatto ambientale. Il Lago aveva già sopportato cemento, chilometri di canali, impianti idraulici, una recinzione da campo militare e lucci affamati. Ma davanti a un ponticello di legno la natura rischiava evidentemente il collasso definitivo.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Abbiamo ristretto la strada principale e realizzato una pista ciclabile che, con tutto il rispetto per le biciclette, sembra una barzelletta raccontata male. Quando le erbacce consentono di leggerne la battuta.
Sono passati altri ventisei anni. Più di un quarto di secolo. Il Centro Visite è chiuso da anni. L’abbandono è diventato paesaggio. La spazzatura riposa sulle sponde con una certa serenità. D’estate l’erba ha la cortesia di nasconderla. D’inverno, quando arriva, ci pensa la neve. E il Lago è ancora lì. Alle porte di Potenza. Nel cuore della Basilicata. Disegnato nel 1703. Chiamato Peschiera nel 1840. Pescoso ancora nella memoria di chi, come me, lo conobbe ragazzo. Poi studiato. Finanziato. Regimentato. Recintato. Protetto. Progettato. Valorizzato. Discusso. Fino quasi a morire. Anzi. Forse siamo oltre. Forse il Lago era già stato ucciso e adesso, con grande solennità istituzionale, stiamo procedendo alla riesumazione del cadavere.
Il sindaco di Pignola, Antonio De Luca, sta cercando di accendere una luce. Gliene va dato atto. E gliene sono sinceramente grato. Mi auguro soltanto che sia una luce capace di indicare una strada e non l’ennesimo lumino acceso in memoria di ciò che il Lago avrebbe potuto essere.
Anche l’assessore regionale Laura Mongiello sembra cercare un varco. Non nella recinzione del Lago — quella sarebbe forse l’impresa più semplice — ma nella recinzione ben più alta e resistente costruita in cinquant’anni dai mille padroni burocratici di questo sfortunato specchio d’acqua. De Luca pare disposto a strapparsi le vesti. Mongiello, oltre alle vesti, forse anche i capelli. Auguro a entrambi di riuscirci. Davvero. Ma dopo cinquant’anni concedetemi almeno il privilegio del dubbio. Anche perché, mentre il Lago continua la sua agonia, sulle sue sponde è già cominciata una nuova battaglia. Non più tra Vignolesi e Titesi. Non ci sono armi. E, per fortuna, nessun carro dovrà risalire verso Potenza portando i morti. Oggi la battaglia è più civile Più elegante.
Si combatte per la paternità dei nuovi finanziamenti.
Consiglieri regionali, politici e aspiranti salvatori cominciano a ricordare chi ebbe per primo l’idea, chi chiese i soldi, chi parlò con il ministro, chi con l’assessore, chi incontrò un dirigente in un corridoio e chi, probabilmente, aveva già pensato tutto durante la prima comunione. Tre secoli fa si combatteva per possedere il Lago perché produceva pesce, ricchezza e vita. Oggi si combatte per mettere il proprio nome sul finanziamento destinato a salvarne il cadavere. Ora si parla di recuperare acqua. Perfino acqua potabile. Benissimo. Temo soltanto che, prima di trovare l’acqua, dovremo attraversare qualche funzione trigonometrica. Non il seno. Non il coseno. Ma il loro rapporto: la tangente. E ho il sospetto che, sul Lago di Pignola, di questa funzione trigonometrica ne abbiamo già viste abbastanza. Poi arriveranno una decina di pareri, tre conferenze di servizi, due audit e una quantità di clinker sufficiente a garantire nuovo cemento alle prossime generazioni. E ricomincerà il teatrino. Questo è mio. No, è mio. È della Provincia. La competenza è regionale. Il Comune deve produrre le carte. Le carte le possiede un altro ente. Noi abbiamo scritto. Loro non hanno risposto. Una commedia napoletana. No. Lucana. Con una differenza. Nella commedia napoletana, alla fine, almeno si ride. Qui ho quasi l’impressione che, quando arriverà l’ultimo decreto di finanziamento, troveremo tutti i nuovi padri del Lago schierati ordinatamente sulla riva. Solennissimi. Con il petto gonfio della propria quota di merito. Pronti a cantare con i gregoriani il De profundis del Lago di Pignola. Naturalmente, prima dell’ultima nota, ciascuno avrà cura di ricordarci che il coro l’ha finanziato lui.
Eppure, voglio ancora sperare che Antonio De Luca e Laura Mongiello riescano a rompere questo incantesimo burocratico. Ma bisogna fare presto. E soprattutto bisogna smettere di salvare il Lago un pezzo alla volta, un finanziamento alla volta, un ente alla volta. Perché un lago è acqua, terra, animali, uomini, memoria. È un organismo. E noi, per cinquant’anni, lo abbiamo curato come certi medici di una volta: a ogni sintomo, un salasso. Pacichelli lo chiamò semplicemente Lago. Coiro lo chiamò Peschiera. Noi gli abbiamo dato centinaia di nomi, progetti, vincoli, proprietà, competenze, finanziamenti e destinazioni. Gli abbiamo costruito intorno recinzioni vere e recinzioni burocratiche. Gli abbiamo tolto i capitoni. Gli abbiamo regalato i lucci. Gli abbiamo dedicato convegni. Gli abbiamo promesso il futuro.
E mentre tutti parlavano in suo nome, nessuno ha più sentito la sua voce.
Forse, adesso, potremmo finalmente chiedergli scusa. E fare la cosa più rivoluzionaria che la politica lucana possa immaginare: lasciarlo tornare a vivere.
Paolo Patrone
Imprenditore e già sindaco di Pignola














