La bocciatura alla Camera dell'emendamento sulle preferenze nella nuova legge elettorale rappresenta l'ennesima dimostrazione di un metodo che il Governo Meloni continua a utilizzare su questioni fondamentali per la vita democratica del Paese: nessun vero confronto, nessuna ricerca di un consenso ampio, nessuna volontà di coinvolgere Parlamento, opposizioni e società civile nella definizione delle regole comuni della democrazia.
Una legge elettorale non dovrebbe mai essere il prodotto delle convenienze della maggioranza del momento, ma il risultato di un confronto largo e condiviso. E invece assistiamo ancora una volta al tentativo di scrivere le regole del gioco in funzione delle prossime elezioni.
Da anni gli italiani assistono a un copione sempre uguale: ogni governo prova a costruire la propria legge elettorale, immaginando che possa trasformarsi in uno strumento utile a consolidare il proprio potere. È una deriva che impoverisce la qualità della nostra democrazia e contribuisce ad aumentare la distanza tra cittadini e istituzioni. Ancora più paradossale è quanto accaduto sul tema delle preferenze.
La maggioranza ha tentato di presentare come una grande conquista democratica un emendamento che manteneva comunque capilista bloccati, candidature garantite e meccanismi tali da lasciare agli elettori soltanto una parte marginale della scelta dei propri rappresentanti. Come è stato autorevolmente osservato, si trattava più di una parvenza di preferenza che di una reale restituzione del potere di scelta ai cittadini. Tra listoni bloccati, capilista protetti e candidature multiple, agli elettori sarebbero rimaste soltanto le briciole del diritto di scegliere chi mandare in Parlamento.
Ma la vicenda assume un significato politico ancora più rilevante. Giorgia Meloni aveva messo personalmente la faccia su questo emendamento. Aveva chiesto compattezza alla sua maggioranza e trasformato quel voto in una prova politica. Il risultato è stato una clamorosa bocciatura: 188 voti contrari contro 187 favorevoli, con decine di voti mancanti nelle file del centrodestra e una frattura che nessuno può più fingere di non vedere. La Presidente del Consiglio, dopo la netta bocciatura referendaria della riforma della giustizia voluta insieme al ministro Nordio e dopo questa pesante sconfitta parlamentare, dovrebbe forse interrogarsi sul proprio operato invece di continuare a cercare colpevoli altrove.
Gli italiani hanno respinto una delle riforme-bandiera del suo governo e ora una parte consistente della sua stessa maggioranza le nega la fiducia politica su un provvedimento che aveva fortemente sostenuto. Per anni la destra ha accusato gli avversari di essere attaccati alle poltrone. Per anni abbiamo ascoltato comizi contro il cosiddetto "Vinavil sulla sedia", contro chi restava al governo nonostante sconfitte e contraddizioni. Oggi quelle parole risuonano con una forza particolare. Perché quando si perde un referendum su una riforma considerata strategica, quando si viene battuti in Parlamento sulla propria legge elettorale e quando emergono decine di franchi tiratori nella propria coalizione, il problema non è più l'opposizione: il problema è la credibilità politica della maggioranza e della sua leadership. Il Partito Socialista Italiano continua a sostenere una riforma elettorale fondata su tre principi essenziali: rappresentanza, partecipazione e libertà di scelta degli elettori.
I cittadini devono poter scegliere realmente i propri parlamentari, non limitarsi a ratificare decisioni prese dalle segreterie dei partiti. La democrazia si rafforza quando aumenta il potere degli elettori, non quando si moltiplicano i meccanismi che lo limitano. Per questo chiediamo che si abbandoni definitivamente la logica delle leggi elettorali costruite a misura del governo di turno e si apra finalmente una stagione di confronto serio e trasparente per restituire centralità al Parlamento e piena sovranità ai cittadini.














