Sindaca? Oh perbacco! La lingua italiana trema di fronte al femminile. Proposta di legge leghista prevede multe fino a 5000 euro per l'uso del femminile in ruoli apicali: pubblichiamo un'analisi critica della professoressa Laura Bianco.
Una recente proposta di legge, presentata dal senatore leghista Manfredi Potenti, ha scatenato un acceso dibattito sulla questione del linguaggio di genere in Italia. La bozza mira a vietare l'uso del genere femminile negli atti pubblici per titoli istituzionali, gradi militari, titoli professionali, onorificenze e incarichi definiti da leggi dello Stato. Secondo il senatore Potenti, questo intervento normativo è "necessario" per frenare quella che lui considera un'eccessiva creatività linguistica nei documenti ufficiali.
La proposta prevede sanzioni fino a 5000 euro per chi utilizza termini come "sindaca" o altri femminili per ruoli apicali, puntando a eliminare la "sperimentazione linguistica" e il "ricorso discrezionale al femminile sovraesteso".
Tuttavia, questa proposta solleva importanti questioni linguistiche e culturali. Come docente di lingue straniere e di italiano L2, membro dell'Associazione Nazionale Insegnanti di Lingue Straniere (ANILS) - associazione che fa capo all'Università Ca' Foscari di Venezia - e avendo seguito una ricca formazione sul tema del linguaggio di genere attraverso vari canali, non solo ANILS, posso affermare che la resistenza all'uso di termini come "sindaca" riflette un'opposizione culturale più profonda in Italia. Questa riluttanza evidenzia la difficoltà nel riconoscere che le donne possano ricoprire posizioni di leadership.
La mia esperienza nell'insegnamento di diverse lingue, incluso l'italiano come lingua seconda, mi ha permesso di osservare da vicino queste dinamiche linguistiche e culturali. In numerosi seminari formativi, sia organizzati dall'ANILS che da altre istituzioni, questo tema è stato ampiamente affrontato e dibattuto, sottolineando l'importanza della questione nel contesto educativo e linguistico. È interessante notare che questa problematica sembra essere particolarmente accentuata in Italia, mentre in altre lingue europee come francese, tedesco e spagnolo, l'uso del femminile per ruoli di alto livello è ormai consolidato da anni.Il linguaggio è un potente strumento di rappresentazione del mondo, e la mancata declinazione dei ruoli al femminile può avere conseguenze più profonde di quanto si possa immaginare sulla percezione sociale e sulle opportunità delle donne.
Come Referente regionale per le Pari opportunità della UIL Scuola Basilicata, ritengo ancora una volta fondamentale partire dalle scuole di tutti i gradi per affrontare queste tematiche. L'impegno per la parità di genere nelle scuole non dovrebbe limitarsi alle iniziative STEM o al multilinguismo finanziati dal PNRR, ma dovrebbe iniziare dal dare il giusto valore alle parole che descrivono i ruoli apicali, indipendentemente dal genere di chi li ricopre.
In conclusione, questa proposta di legge solleva importanti questioni sulla parità di genere e sul ruolo del linguaggio nella nostra società. È essenziale promuovere un dibattito costruttivo che tenga conto sia delle esigenze linguistiche che delle implicazioni sociali e culturali delle nostre scelte lessicali. Di certo, non sono multe o punizioni a risolvere la questione del femminile nei ruoli di leadership. Al contrario, tali misure rischiano di ostacolare il naturale evolversi della lingua e di perpetuare stereotipi di genere ormai superati.
La vera sfida sta nell'educare e sensibilizzare la società sull'importanza di un linguaggio inclusivo, che rifletta la realtà di un mondo in cui le donne occupano sempre più posizioni di rilievo. È attraverso il dialogo, l'educazione e la consapevolezza che potremo costruire un futuro linguistico e sociale più equo e rappresentativo per tutti.
prof.ssa Laura Bianco - Referente regionale Pari opportunità Uil Scuola Basilicata


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