La crisi energetica, la Basilicata e quella strana abitudine italiana di possedere una ricchezza senza riuscire a trasformarla in futuro: da Paolo Patrone, imprenditore, già sindaco di Pignola, riceviamo e pubblichiamo il contributo che segue.
Ci sono guerre che cominciano con un missile e arrivano nelle nostre case travestite da bolletta. Cadono a migliaia di chilometri di distanza, fanno tremare per qualche secondo i vetri di una raffineria, incendiano una nave o costringono una petroliera a cambiare rotta nello Stretto di Hormuz. Poi continuano il viaggio. Attraversano il mare senza bisogno di passaporto, entrano nelle Borse, salgono sul Brent e infine, dopo qualche giorno o qualche settimana, bussano educatamente alla porta di una famiglia italiana. Non portano un fucile. Portano una fattura.
In questi giorni il petrolio è tornato prepotentemente sopra i cento dollari al barile. Il 15 settembre il Brent viaggia intorno ai 107 dollari, mentre la crisi mediorientale e le tensioni sulle infrastrutture e sulle rotte energetiche hanno ricordato al mondo quanto siano fragili le arterie attraverso le quali passa l’energia che consumiamo. Prima dell’attuale crisi, attraverso lo Stretto di Hormuz transitava circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. È sufficiente che quella porta si restringa perché un problema del Golfo Persico diventi rapidamente il problema di una fabbrica italiana. Il petrolio aumenta, aumentano i trasporti, aumentano i costi di produzione, l’inflazione torna a bussare e le banche centrali diventano più prudenti sui tassi. Alla fine di questa lunga catena c’è sempre qualcuno che paga. Quasi mai è lo Stretto di Hormuz. È una famiglia, un artigiano, un’impresa. È soprattutto un Paese che importa gran parte dell’energia di cui ha bisogno.
Ed è allora che noi italiani riscopriamo periodicamente una materia nella quale siamo diventati straordinariamente competenti: l’energia degli altri. Sul nostro territorio abbiamo infatti sviluppato negli anni una singolare filosofia energetica. Il petrolio è sporco. Il carbone è vecchio. Il nucleare è pericoloso. Il vento è meraviglioso, purché possibilmente le pale eoliche non si vedano dalla nostra finestra. Il sole è certamente il futuro, ma poi scopriamo che anche i pannelli fotovoltaici occupano territorio e cominciamo a discutere su dove metterli. Le dighe producono energia rinnovabile, programmabile e preziosa, ma provare oggi a costruire una grande opera idroelettrica sarebbe probabilmente sufficiente a tenere occupati ricorsi, conferenze di servizi e comitati per una generazione.
Sul nucleare abbiamo forse realizzato il capolavoro. Abbiamo deciso di non produrlo in Italia mentre viviamo accanto a Paesi europei che utilizzano centrali nucleari e partecipiamo a un mercato elettrico interconnesso dal quale importiamo energia. È un po’ come avere paura della cucina a gas e andare ogni sera a cenare dal vicino che cucina col gas. È naturalmente una semplificazione, ma serve a illuminare una contraddizione molto seria: tutte le fonti energetiche hanno costi, vantaggi, limiti e impatti. La politica energetica di una grande nazione industriale non può essere costruita scegliendo le fonti sulla base di una graduatoria morale fra quelle simpatiche e quelle antipatiche. Deve essere costruita su quattro parole molto meno romantiche: sicurezza, costo, ambiente e indipendenza.
La transizione ecologica è necessaria. Ma proprio perché è necessaria dobbiamo smettere di raccontarla come se bastasse premere un interruttore. Non passeremo domani mattina dal petrolio al sole. Non sostituiremo in una notte gas, carburanti, petrolchimica, trasporto pesante, aviazione e processi industriali con qualche milione di pannelli solari. Occorrono reti, accumuli, tecnologie, infrastrutture, investimenti giganteschi e tempo. E soprattutto occorre un’economia abbastanza forte da pagarli. Perché c’è una cosa che dimentichiamo spesso: anche la transizione ecologica costa. Una famiglia che fatica a pagare la bolletta pensa alla bolletta prima che al 2050. Un’impresa che paga l’energia troppo cara non diventa improvvisamente più verde: prima perde margini, poi rinvia gli investimenti, poi perde competitività e qualche volta chiude. La serenità economica non è nemica della transizione ecologica. È una delle condizioni necessarie per realizzarla.
Ed ecco allora la domanda che in Italia sembra quasi sconveniente pronunciare. Finché continueremo a consumare petrolio e gas, gli idrocarburi che decidiamo di non estrarre in Italia smetteremo forse di consumarli? No. Li compreremo da qualcun altro. Arriveranno su una nave, attraverseranno uno stretto, dipenderanno da una guerra, da un embargo, da una crisi diplomatica o semplicemente dal prezzo deciso dal mercato. E poi li utilizzeremo esattamente come avremmo utilizzato quelli estratti in Italia. La CO₂, che evidentemente non ha studiato geopolitica, non controlla il passaporto del barile. La nostra bilancia commerciale, invece, la differenza la conosce benissimo.
Ed è precisamente a questo punto che sulla grande carta geografica dell’energia mondiale compare una regione piccola, montuosa, bellissima e ostinatamente fragile: la Basilicata. Una terra nella quale la natura ha nascosto sotto montagne, boschi e paesi una delle principali risorse petrolifere italiane. Ed è qui che comincia una storia che García Márquez avrebbe forse considerato troppo improbabile persino per Macondo. Perché in una delle regioni economicamente più deboli d’Italia si estrae da decenni una ricchezza straordinaria. Il petrolio parte, i soldi arrivano e, dopo tanti anni, la regione continua a perdere abitanti, molti comuni continuano ad avere bilanci fragili e troppi giovani continuano a mettere in valigia quella risorsa che nessuna compagnia petrolifera è ancora riuscita a estrarre: il loro futuro.
La Regione Basilicata ha previsto nel proprio bilancio entrate derivanti dalle estrazioni di petrolio e gas per circa 165 milioni di euro nel 2025 e altrettanti nel 2026, con circa 156 milioni previsti per il 2027. Non sono spiccioli. Sono denaro vero. E proprio perché sono denaro vero dovremmo smettere di discutere soltanto di quanto ne arriva e cominciare a discutere seriamente di che cosa rimane.
Il sistema italiano prevede per gli idrocarburi estratti a terra royalties complessive pari al 10 per cento del valore della produzione: il 7 per cento ordinario più un ulteriore 3 per cento. La disciplina della ripartizione è articolata tra Regione, territori interessati e strumenti destinati allo sviluppo economico delle aree coinvolte. È un sistema complesso. Forse troppo. Perché quando una ricchezza prende molte strade, alla fine diventa difficile persino ricordare quale fosse la destinazione.
Una parte delle risorse va alla Regione, altre interessano i comuni delle aree estrattive, altre ancora alimentano programmi e fondi. Ed è sacrosanto che i comuni che sopportano direttamente impianti, traffico, trasformazioni territoriali e rischio ambientale ricevano compensazioni maggiori. Ma è altrettanto difficile spiegare perché una ricchezza strategica del sottosuolo lucano debba produrre enormi differenze tra piccoli comuni vicini, mentre una parte consistente della Basilicata continua a fare i conti con bilanci poveri, servizi che arretrano e popolazione che diminuisce. Il petrolio, sottoterra, non conosce i confini comunali. Li scopre appena diventa denaro.
Qui arriviamo al problema più importante. Le royalties sono state troppo spesso considerate un’entrata da spendere. Dovremmo cominciare a considerarle un patrimonio da trasformare. Per capire la differenza basta andare molto più a nord, in Norvegia. Lì hanno avuto petrolio, ne hanno estratto moltissimo, hanno affrontato impatti e problemi ambientali, ma hanno compreso prima di noi una cosa elementare: un giacimento è un capitale naturale che si consuma. Ogni barile estratto rende il giacimento un po’ più povero. Se il ricavato di quel barile viene consumato interamente in spesa corrente, alla fine avremo perso sia il barile sia il denaro.
La Norvegia ha scelto un’altra strada. Ha applicato alla rendita petrolifera un sistema fiscale molto severo: la tassazione marginale complessiva delle attività petrolifere arriva al 78 per cento. Ma soprattutto ha costruito il Government Pension Fund Global. Le entrate statali nette provenienti dal settore petrolifero vengono trasferite al fondo e una regola fiscale stabilisce che, nel lungo periodo, l’utilizzo delle risorse debba essere coerente con il rendimento reale atteso del patrimonio, oggi indicato nel 3 per cento. Al 30 giugno 2026 quel fondo valeva 22.683 miliardi di corone norvegesi. Sono numeri così grandi che a un certo punto smettono persino di sembrare soldi. Ma dietro quel numero c’è un’idea semplicissima e formidabile: trasformare petrolio che finirà in patrimonio che continuerà a produrre ricchezza.
Non possiamo copiare le dimensioni della Norvegia, naturalmente. Possiamo però copiarne l’intelligenza. La Basilicata dovrebbe istituire un vero Fondo Sovrano regionale. Non un altro capitolo di bilancio e neppure uno di quei fondi dal nome altisonante dai quali, qualche anno dopo, la politica scopre improvvisamente di poter prelevare per finanziare qualunque emergenza. Un patrimonio autonomo, con regole stabilite prima, gestione professionale, controlli indipendenti, bilanci pubblici, costi trasparenti e investimenti diversificati. E soprattutto con una regola fondamentale: il capitale non si mangia.
Una quota significativa delle entrate future derivanti dagli idrocarburi dovrebbe essere conferita ogni anno al Fondo. I governi regionali passerebbero, il Fondo rimarrebbe. Le maggioranze cambierebbero, il Fondo rimarrebbe. Il petrolio diminuirebbe e il patrimonio dovrebbe crescere. I rendimenti potrebbero finanziare ricerca, università, innovazione, infrastrutture, nuove imprese, formazione e quella stessa transizione energetica che un giorno dovrà rendere il petrolio sempre meno necessario. Non assistenza per sopravvivere, ma capitale per competere.
C’è poi la questione delle imprese. La Basilicata ha sperimentato un beneficio sul gas destinato alle utenze domestiche principali, nato dagli accordi di compensazione ambientale con i concessionari. È stata una scelta concreta, anche se il meccanismo ha incontrato difficoltà regolatorie e contenzioso ed è stato successivamente adeguato. Ma resta una domanda: perché pensare soltanto alle famiglie? Se una regione contribuisce alla produzione energetica nazionale, perché non studiare, naturalmente nel rispetto delle norme europee sulla concorrenza e sugli aiuti di Stato, strumenti che trasformino parte di quel vantaggio anche in competitività per le imprese che decidono di produrre e assumere in Basilicata? Non sarebbe un regalo. Sarebbe politica industriale. Perché una regione non si salva soltanto aiutando chi vi abita. Si salva facendo in modo che qualcuno abbia convenienza a restarci, investirci e lavorarci.
E naturalmente c’è l’ambiente. Qui bisogna essere altrettanto chiari. Dire che estrarre petrolio non comporti rischi sarebbe propaganda. Come sarebbe propaganda sostenere che qualunque estrazione sia incompatibile, per definizione, con qualunque tutela ambientale. La questione seria è un’altra. Se lo Stato decide che una risorsa strategica deve essere estratta, allora il territorio ha diritto ai più elevati standard di sicurezza e controllo disponibili: monitoraggio continuo di aria, acqua e suolo, dati pubblici, controlli realmente indipendenti, verifica delle quantità estratte, tracciabilità e responsabilità ambientale. Le compagnie comunicano i quantitativi prodotti secondo gli obblighi previsti dalla disciplina mineraria; esistono strumenti di misura, registrazioni e poteri di controllo dell’amministrazione. Proprio perché stiamo parlando di una risorsa pubblica, però, la trasparenza dovrebbe essere tale da rendere quei numeri facilmente verificabili e comprensibili anche fuori dagli uffici. Fidarsi è cortesia. Misurare è politica energetica.
Arriviamo così al Governo. L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha riportato al centro del dibattito la sicurezza energetica, la produzione nazionale e il ruolo delle diverse fonti durante la transizione. Se l’Italia intende rivalutare l’utilizzo delle proprie risorse energetiche, questo è precisamente il momento nel quale la Basilicata dovrebbe presentarsi a Roma. Non con il cappello in mano. E nemmeno con il pugno sul tavolo. Con i conti sul tavolo.
Quanto petrolio serve all’Italia? Quanto intendiamo produrne? Quale valore genera? Quali rischi assume il territorio? Quali controlli vengono garantiti? Quanto rimane alla Basilicata? Come viene distribuito? E soprattutto: quanto di quella ricchezza siamo disposti a non spendere oggi per consegnarla a domani?
Questa non sarebbe una battaglia contro il Governo. Dovrebbe essere una proposta al Governo. E non dovrebbe essere né di destra né di sinistra. La destra dovrebbe comprendere la sicurezza energetica, l’interesse nazionale e la competitività delle imprese. La sinistra dovrebbe comprendere la tutela del territorio, la redistribuzione della rendita derivante da una risorsa pubblica e la giustizia fra generazioni. Gli ambientalisti dovrebbero pretendere controlli rigorosi e contemporaneamente interrogarsi su dove venga prodotto il petrolio che continuiamo a consumare. Gli industriali dovrebbero comprendere che la sicurezza energetica ha un valore economico. E noi lucani dovremmo finalmente comprendere che una royalty spesa male non diventa migliore soltanto perché si chiama royalty.
Potremmo persino sorprenderci e scoprire che, una volta tanto, avere petrolio sotto i piedi non è necessariamente una disgrazia. La disgrazia sarebbe averlo avuto per mezzo secolo e, quando sarà finito, guardarci intorno senza riuscire a capire dove sia andato.
Perché verrà quel giorno. Dalla terra lucana non salirà più petrolio. L’ultimo barile uscirà da un pozzo, attraverserà una strada e prenderà la stessa direzione delle migliaia di barili che lo hanno preceduto. Probabilmente nessuno si accorgerà che era l’ultimo. Non ci saranno bande musicali. Non ci sarà un sindaco con la fascia tricolore. Non ci sarà un assessore pronto a tagliare il nastro perché, fortunatamente, sull’ultimo barile non si potrà inaugurare nulla.
Partirà. E basta.
Quel giorno i nostri figli e i figli dei nostri figli non potranno chiederci di rimetterlo sottoterra. Non potranno chiederci di estrarlo un’altra volta. Non potranno nemmeno rimproverarci di aver vissuto nel tempo in cui il petrolio serviva ancora: ogni generazione abita il proprio tempo e deve fare i conti con il mondo che trova.
Potranno farci soltanto una domanda. Una domanda piccola, quasi infantile. E proprio per questo terribile:
«Che cosa avete fatto di tutti quei soldi?»
Sarebbe bene cominciare oggi a prepararci una risposta.



