"L'OMICIDIO DELL'ITALIA E DEI SUOI VALORI" NEL RAPPORTO FILEF

"L'OMICIDIO DELL'ITALIA E DEI SUOI VALORI" NEL RAPPORTO FILEF

C'è un dramma vero che sta affrontando il nostro Paese, ma tutto accade quasi sotto traccia, come se non fosse un reale problema: "siamo di fronte a un esodo di massa, strutturale e unidirezionale, tutto in uscita e nulla in entrata". 


Il dramma dello spopolamento, con dati e ricerche che non si sono fermate solo ai numeri nazionali, è stato affrontato nel corso della presentazione del rapporto “Valorizzazione della nuova emigrazione nello sviluppo locale e nelle relazioni internazionali del paese, quale contributo alla coesione territoriale, sociale ed economica regionale, nazionale e comunitaria”.
Il progetto, promosso da Filef nazionale (Federazione italiana lavoratori emigrati e famiglie), si è avvalso del contributo di Filef Ets, Fiei, Fondazione ECAP-Zurigo, Fondazione Giuseppe Di Vittorio, Futuridea, Ce.Do.M UNISA, Spi-Cgil Firenze.
Una emigrazione quella di oggi - ha spiegato Antonio Sanfrancesco, responsabile dell'Area meridionale Filef - "che non ha un processo di ritorno rispetto agli anni Sessanta". Quindi se un tempo gli emigrati, anche se lontani, erano comunque una risorsa per l'Italia, oggi la situazione è molto diversa e porterà verso un vero e proprio "suicidio di un Paese e dei suoi punti di forza". 
Il Rapporto analizza gli anni dal 2009 al 2023: il saldo naturale è costantemente negativo - ha spiegato Francesco Nardone, associazione Futuridea - ma non solo al Sud, come potremmo pensare.
Il dato, infatti, riguarda tutte le regioni. Certo, quelle del Sud sono quelle con tassi più bassi. 
"Abbiamo provato a fare una sommatoria per i comuni sotto i 5.000 abitanti, che sono però il 70% del Paese. Ma in questi paesi è concentrato il 90% delle nostre produzioni Dop. Quindi è la nostra identità che è messa a rischio.
In Basilicata, su 131 comuni 108 sono sotto i 5.000 abitanti. 
"C'è un calo drastico nel 93% dei Comuni, con riduzioni anche del 30%. Nella provincia di Matera tutti i paesi sono in declino, nessuno ha visto un incremento demografico. Si osserva un calo delle nascite ovunque, decessi ed emigrazione tranne nei casi di Viggiano e Sarconi".
Cosa si può fare? 
"Qui non siamo più alla fase del correttivo - continua Nardone - ma proviamo a ragionare creando qualcosa di nuovo, come il Festival delle aree interne".
C'è però una "totale disinformazione rispetto alle possibilità di accedere ai fondi di auto imprenditorialità. Eppure si possono costruire delle reti culturali, start up innovative, attivando le reti, costruendo comunità sempre più coese. Noi italiani stiamo commettendo un delitto, perché in questi piccoli comuni è concentrato il valore del nostro Made in Italy". 
Da far tornare centrale anche il tema della tema della terra, anche perché oggi chi si occupa di agricoltura ha entrate che non consentono di pensare al futuro. E il rischio è perdere molte delle nostre eccellenze.  
Un tentativo - questa l'intenzione del Rapporto - di avviare un processo di riflessione, "per costruire attività per le partenze, le restanze e nuovi arrivi". 
Anche se - evidenzia Mattia Vitiello, ricercatore Irrps - Cnr - il governo nazionale non sembra molto interessato al tema. 
"Secondo Meloni l'emigrazione dei ragazzi è una loro percezione, non è vero che all'estero gli stipendi sono più alti. Si continua a non comprenderne le cause. Il ministro Giorgetti poi ha messo nero su bianco l'estinzione delle aree interne, le priorità politiche sono altre".
Eppure - e anche questo dovrebbe essere uno spunto di riflessione - "il tasso di natalità degli italiani all'estero è cresciuto. Qui non si sposano e non fanno figli perché hanno una vita precaria". 
Ma la scelta dei governi che negli ultimi anni si sono succeduti è stata quella "di chiudere le scuole di italiano all'estero e questo significa che i nuovi italiani, i figli dei laureati che oggi partono, neppure la sapranno più la lingua d'origine.  E non ci sono dati positivi che ci fanno sperare". 
Quelli che vanno via, infatti, "si portano pure i genitori. Nei piccoli comuni non ci sono più i servizi, la sanità è quella che è, la vita peggiora e anche i genitori vanno via. Cosa possiamo fare? Se non c'è una politica governativa che programma, che possono fare le regioni? Nulla. Serve invertire tutte le politiche industriali degli ultimi 50 anni, diminuire la precarietà, alzare i salari".  


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